![]() Ilda Boccassini |
Diciassette ordinanze di custodia cautelare in carcere e 48 persone indagate. E' in corso in queste ore un'operazione condotta dalla Dia, Direzione investigativa antimafia, con il comando dei carabinieri e il Gico della guardia di finanza contro esponenti della 'ndrangheta attivi nell'area milanese. Oltre 50 le perquisizioni con sequestri di beni. L'operazione, denominata "Parco sud" è partita in seguito all'inchiesta dei sostituti procuratori della Dda di Milano, Boccassini, Venditti, Dolci, Storari. Coinvolge anche i cantieri per il raddoppio della linea ferroviaria Milano-Mortara e della Tav l'inchiesta a carico di 48 tra presunti affiliati al clan della 'ndrangheta Barbaro-Papalia e persone e società ad esso contigue. A quanto si apprende, nel corso delle attività investigative sono state rilevate "presenze di soggetti contigui al sodalizio indagato in alcuni cantieri", spiegano gli investigatori, ovvero di "società riconducibili alla cosca, penetrata nei cantieri con appalti pubblici". Non solo nomi noti del clan Barbaro-Papalia, ma anche imprenditori che da vittime si sono trasformati in affiliati. Sono 17 le ordinanze di custodia cautelare in carcere (5 le persone arrestate, mentre sono all'appello 3 individui), emesse dal gip di Milano Giuseppe Gennari, su richiesta dei pm della direzione distrettuale antimafia Ilda Boccassini, Mario Venditti, Alessandra Dolci e Paolo Solari. L' indagine, iniziata nell'ottobre 2007, ha permesso di indagare 48 persone tra cui alcuni imprenditori. Al centro dell'inchiesta il clan Barbaro-Papalia che è riuscito ad infiltrarsi negli appalti del settore edile o del movimento terra attraverso società a loro direttamente o indirettamente ricondicibili. Un'attività illecita che ha avuto come centro non solo Milano, ma soprattutto i comuni dell'hinterland come Corsico, Buccinasco e Assago. L'operazione che ha permesso di sequestrare appartamenti, quote societarie e denaro per oltre 5 mln di euro ha consentito anche di smascherare la complicità di alcuni imprenditori con funzione di prestanome e capaci di aprire le porte al clan nel mercato immobiliare e finanziario.
Tra le persone coinvolte nell'inchiesta c'è anche un perito nominato dal Tribunale di Milano, che si sarebbe fatto corrompere per aiutare la consorteria mafiosa. Tra i soggetti destinatari delle 17 ordinanze di custodia cautelare in carcere figura il boss Domenico Barbaro, 72 anni detto l'Australiano, già in carcere e sotto processo a Milano per associazione mafiosa nell'ambito di un'inchiesta del luglio 2008 sul monopolio della cosca nel settore della movimentazione terra. Raggiunti in carcere dall'ordinanza anche i figli di Domenico Barbaro, Rosario e Salvatore, anche loro sotto processo con il padre. Sono stati arrestati anche gli imprenditori Andrea Madaffari e Alfredo Iorio, oltre a Fortunato Startari, custode della latitanza di Paolo Sergi, arrestato l'8 giugno 2008 in un appartamento di Assago nella disponibilità della famiglia Barbaro. È stato inoltre documentato che Salvatore Barbaro era socio occulto della Buccinasco immobiliare srl, proprietaria di un immobile del valore di circa un milione 400 mila euro. Ci sono anche un perito e un cancelliere tra i 48 indagati coinvolti nell'inchiesta denominata "Parco sud". Il perito ß stato arrestato con l'accusa di corruzione, per aver agevolato un operazione economica della cosca. Il cancelliere, invece, è stato denunciato a piede libero. Il perito, ha spiegato il pubblico ministero Ilda Boccassini, era stato nominato dal tribunale e al momento in cui ha commesso il reato contestato rappresentava le istituzioni.
". Lo ha dichiarato il procuratore della Repubblica, Manlio Minale, alla conferenza stampa sugli arresti eseguiti nell'ambito dell'inchiesta sulla cosca Barbaro-Papalia.
![]() Domenico Barbaro |
MINALE - "Non ci risultano riferimenti diretti di infiltrazioni nei cantieri dell'Expo, ma la Dia guarda con attenzione a ogni occasione che l'Expo può presentare
L'esclusione del settore del movimento terra dai contratti è il punto debole che permette le infiltrazioni insane negli appalti pubblici. Lo ha dichiarato il procuratore della Repubblica, Manlio Minale, alla conferenza stampa sugli arresti eseguiti nell'ambito dell'inchiesta sulla cosca ndranghetista Barbaro-Papalia.
"Il punto debole rimane l'esclusione del settore del movimento terra dai contratti per la realizzazione di edifici e altro per motivi che forse sono determinati dalla difficile contabilizzazione dei costi - ha detto Minale -. Questo è un elemento che dovrà essere risolto, facendo modo che lo smatimento dia integrato nell'appalto". Secondo Minale, "un altro problema è rappresentato dallo smaltimento del materiale di risulta, che qui prende la via illegale, tanto che ne è stato trovato gran parte in qualche parte dei terrapieni della Tav. Quello dello smaltimento dei rifiuti è un altro settore in cui l'imprenditoria malata entra".
«Per la prima volta abbiamo nell'associazione degli imprenditori che hanno fiancheggiato il gruppo. Questo è un aspetto pericoloso». Così il procuratore capo di Milano Manlio Minale è intervenuto durante la conferenza stampa per l'operazione 'Parco sud' che ha portato a 17 ordinanze di custodia cautelare nei confronti del clan della 'ndrangheta Barbaro-Papalia e di alcuni imprenditori che si sono trasformati in complici dell'organizzazione. «I Barbaro hanno diffuso il veleno, hanno messo delle esche colte da alcuni imprenditori che così si sono inseriti nel gruppo». Un clan, quello dei Barbaro-Papalia già colpito nell'estate scorsa dall'operazione 'Cerberus' e che si conferma essere un clan attivo «nel mondo dell'imprenditoria -spiega il procuratore capo- ma che mantiene legami nella droga e nelle armi». Si tratta di una «terza generazione spuria perchè ancora legata alle estorsioni, ma capace di operare nel mondo dell'imprenditoria, della droga, e di operare con la casa madre dando ospitalità ai latitanti e disponendo di un notevolissimo arsenale di armi». Un gruppo che secondo il procuratore capo è «ancora nel passato ma con una patente di imprenditoria». Un clan, in definitiva, che mantiene i settori storici della 'ndrangheta (droga, armi e estorsioni) ma che sa guardare agli interessi del mondo della finanza e dell'imprenditoria
BOCCASSINI - «L'imprenditoria sana deve capire che può stare con lo Stato o contro lo Stato e che ha il dovere di denunciare l'intimidazione». Così il pm di Milano, Ilda Boccassini è intervenuta durante la conferenza stampa dell'operazione 'Parco sud' che ha portato all'esecuzione di 17 ordinanze di custodia cautelare a carico di affiliati del clan della 'ndrangheta Barbaro-Papalia e di imprenditori che da possibili vittime si sono trasformati in complici. «Magistratura e forze dell'ordine hanno una linea di durezza nei confronti di posizioni borderline perchè non si possono accettare violenze per propri tornaconto personali. Che un imprenditore si avvantaggi di un regime di violenza per propri fini affaristici non può accedere in uno stato di diritto», ha concluso il pm che ha collaborato insieme al pool antimafia per mettere a segno gli arresti.
BORSA CON ESPLOSIVO - C'è anche un borsone contenente materiale esplosivo ritrovato in un cantiere della Tav ad avvalorare il coinvolgimento con la cosca Barbaro-Papalia di alcune società che si occupavano del movimento terra nei lavori di realizzazione della linea ad alta velocità. Il borsone sequestrato conteneva, tra gli altri materiali esplosivi, una bomba a frammentazione dello stesso tipo utilizzato per compiere un attentato a un imprenditore del settore edilizio e del movimento della terra. All'interno, inoltre, sono state trovate alcune pistole. Secondo il procuratore della Repubblica Manlio Minale, inoltre, la presenza di società contigue all'ndrangheta nei lavori del raddoppio della linea Milano-Mortara, affidato a grossi gruppi imprenditoriali, è collegato solo all'attività di movimento terra in cui vengono impiegati sempre i soliti imprenditori calabresi.
ANSA-3 novembre 2009, Milano.
L'operazione 'Parco sud' condotta dalla Dia di Milano, dal Gico della guardia di finanza e dai carabinieri, coordinata dalla Dda del capoluogo Lombardo, che ha visto l'esecuzione di ordinanze di custodia cautelare nei confronti di soggetti legati alla cosca della 'Ndrangheta Barbaro-Papalia ha dimostrato l'infiltrazione dell'organizzazione criminale mafiosa nel tessuto economico imprenditoriale lombardo e nelle istituzioni. Tra i soggetti coinvolti nell'inchiesta, infatti, ci sono imprenditori del settore edile e immobiliare e amministratori o personale di comuni, addetto a rilascio di pratiche edilizie. E' quanto è emerso dalla conferenza stampa che si è tenuta stamani nella sede della Direzione investigativa antimafia. Tra le persone coinvolte nell'inchiesta c'é anche un perito nominato dal Tribunale di Milano, che si sarebbe fatto corrompere per aiutare la consorteria mafiosa. Tra i soggetti destinatari delle 17 ordinanze di custodia cautelare in carcere figura il boss Domenico Barbaro, 72 anni detto l'Australiano, già in carcere e sotto processo a Milano per associazione mafiosa nell'ambito di un'inchiesta del luglio 2008 sul monopolio della cosca nel settore della movimentazione terra. Raggiunti in carcere dall'ordinanza anche i figli di Domenico Barbaro, Rosario e Salvatore, anche loro sotto processo con il padre. Sono stati arrestati anche gli imprenditori Andrea Madaffari e Alfredo Iorio, oltre a Fortunato Startari, custode della latitanza di Paolo Sergi, arrestato l'8 giugno 2008 in un appartamento di Assago nella disponibilità della famiglia Barbarao. Il procuratore capo di Milano, Manlio Minale, riferendosi alla cosca Barbaro-Papalia, ha parlato di ''una terza generazione spuria, perché legata fortemente alla seconda generazione, che non opera solo nel mondo imprenditoriale, ma anche in quello della droga e delle armi". E' un gruppo, secondo Minale, "che ancora non è passato totalmente nel campo imprenditoriale". Nel corso dell'operazione infatti sono stati sequestrati, nel maggio 2008, numerose armi tra cui fucili mitragliatori e a canne mozze, pistole, silenziatori, munizioni e una bomba a mano, oltre a 4 chili di cocaina. La Cosca operava nel settore dell'edilizia e del movimento terra, come già accertato dall'operazione Cerberus del luglio 2008, nei comuni di Buccinasco, Assago, Corsico e Trezzano sul naviglio. I presunti 'ndranghetisti erano capaci di intimidire i titolari di imprese edili e di agenzie immobiliari, con incendi, danneggiamenti e colpi di pistola esplosi. Nell'ambito dell'inchiesta sono stati sequestrati oltre 5 milioni di euro in beni immobili, quote societarie e contanti. E' stato inoltre documentato che Salvatore Barbaro era socio occulto della Buccinasco immobiliare srl, proprietaria di un immobile del valore di circa un milione 400 mila euro. Secondo quanto ricostruito dall'indagine, alcuni imprenditori minacciati si sarebbero poi prestati a favorire e fiancheggiare l'associazione. Come nel caso di Andrea Madaffari. Tra i reati contestati, oltre all'associazione mafiosa, c'é anche la concorrenza imprenditoriale con minacce e violenza, ossia l'articolo 513 del codice penale.
Da Siciliainformazioni
Le carte profetizzano eccidi, denunciano intrighi, sospettano insospettabili, descrivono un mondo complesso, labirintico. Al quale però non si può sfuggire, se vuoi cercare di capire. Avevo cercato, in coscienza, di non entrarvi, suggerendo a Salvatore Amendolito, il pentito della celebre indagine sulla "pizza connection", di prendere contatto con un cronista romano. Volevo tagliare il cordone ombelicale, senza perdere il collegamento. Mercoledì 27 maggio - quattro giorni dopo la strage di Capaci - Amendolito rivelò all'Europeo, in una conversazione telefonica, che quello di Falcone non era un omicidio isolato. «E’ cominciata una vera e propria guerra di mafia. Siamo solo all'inizio. E questo nessuno l'ha capito».
«E a che livello la mafia potrebbe colpire?», chiese Sandro Provvisionato, il cronista dell’Europeo.
«La mafia vuole rendere il sistema giudiziario siciliano ingovernabile", spiegò Amendolito, " È da un anno che sta organizzando quella che io chiamo guerra civile e le guerre si fanno con due strumenti: i mezzi militari e lo spionaggio. Per i primi non c'è problema, la mafia ne ha a disposizione in grande quantità. In quanto allo spionaggio, la mafia ha infiltrato le istituzioni italiane a tutti i livelli».
«Le ho chiesto a che livello, secondo lei, la mafia colpirà?».
«Vedremo cadere Borsellino e poi un sacco di uomini in Sicilia».
«Uomini in Sicilia?».
«Sì, intendo soprattutto magistrati, finché nessuno avrà più voglia di sedersi sulla poltrona di procuratore e neanche su quella di superprocuratore...».
Questa intervista, concessa il 27 maggio, fu pubblicata solo il 21 luglio, dopo il massacro di via D'Amelio. Borsellino era stato ucciso.
«Come lei aveva previsto...» gli ricordò Provisionato.
«Continueranno a colpire i magistrati siciliani - ribadisce Amendolito – Il loro scopo è terrorizzare la magistratura siciliana...».
«Con quale obiettivo?».
«Il caos in Sicilia e il ritiro del decreto anti-crimine a Roma. E poi liberare i detenuti della mafia».
«Come?».
«Non vorrei passare per uno che dà consigli alla mafia. Ma mi aspetto qualcosa come la presa dell'Ucciardone o delle carceri dove sono detenuti i mafiosi».
«Non le sembra eccessivo?».
«Niente affatto. Bisogna tenere presente che nella guerra in atto la mafia ha sicuramente avuto il benestare delle altre mafie, mi riferisco in particolare alla 'ndrangheta e a quella parte della camorra legata a Cosa Nostra. Che presto entreranno in azione».
«E lo Stato come dovrà reagire?».
«Ha due possibilità. O l'assedio dell'intera Sicilia e poi dell'intero Sud, cosa assolutamente impossibile. O trattare, scendere a patti con la mafia».
Il 23 o il 24 luglio il governo italiano decise di mandare l'esercito in Sicilia, l'Ucciardone venne posto sotto sorveglianza speciale, alcuni detenuti trasferiti. In due rapporti del Raggruppamento operativo dei carabinieri, furono indicati gli obiettivi di Cosa Nostra. Borsellino apriva la lista nel primo rapporto; nel secondo c'erano cinque possibili bersagli, tutti magistrati antimafia.
La preveggenza di Salvatore Amendolito era un elemento su cui riflettere. Mi feci molte domande, a cominciare dalla prima, la più importante, quale fosse il suo interesse reale, per conto di chi stesse lavorando, quali obiettivi si fosse posto e che cosa gli serviosse parlare con me e con altri giornalisti.
Mi parve improbabile che ricevesse a Washington informazioni tanto precise da permettergli delle analisi accurate da richiedere collegamenti organici. Esposi le mie perplessità a Sandro Provisionato e convenimmo che il personaggio andava ridimensionato. Non è che sapesse molte cose, sole che ve sapeva vendere quel poco che sapeva. Che Paolo Borsellino fosse l'uomo da colpire erano convinti tutti. Che si volesse mandare l'esercito in Sicilia, era noto a molti. Restava, comunque, da chiarire un aspetto: Salvatore Amendolito risiedeva a Washington e nei suoi discorsi mostrava competenza e conoscenza invidiabili sui fatti siciliani. Sta dietro ogni evento, talvolta lo anticipa, riflettemmo. Cerca i contatti ed i collegamenti con la stampa italiana e con la magistratura italiana. E rischia al punto da farsi processare per calunnia, illustrando una tesi audace e poco credibile, come la connivenza con la mafia di due magistrati svizzeri, uno dei quali, la signora Carla Del Ponte, si è conquistata la fama di unico magistrato antimafia della Confederazione e donna inflessibile ed al di sopra di ogni sospetto.
Amendolito, inoltre, sosteneva di non avere più la copertura degli agenti Fbi, né i contributi federali. Chi garantivae la sua sicurezza? Ricordai quanto mi aveva detto a telefono: «Non osano uccidermi. La mia morte sarebbe un omicidio eccellente, con costi troppo alti per Cosa Nostra... Non è come in Italia. Qui Cosa Nostra non uccide poliziotti e magistrati...».
Ma lui non era né un poliziotto né un magistrato. E allora?
Amendolito aveva spiegato i motivi della guerra scatenata da Cosa Nostra con memoriali, rapporti e lettere nel 1990 e 1991. Si era esposto al punto da consigliare allo Stato di «riconsiderare» la legislazione speciale, prendendo di fatto le parti di Cosa nostra. «Se si ritorna alle garanzie costituzionali finiscono i delitti», affermò in più di un’occasione fra un discorso e l’altro.
Un messaggio chiaro di Cosa Nostra o l'analisi di un uomo che conosce da vicino il crimine organizzato e vivendo l'esperienza americana attribuisce più rilievo agli strumenti di prevenzione e repressione del crimine, piuttosto che all'abolizione di alcune garanzie costituzionali?
Affrontare l'enigma Amendolito significò «entrare» nel cuore della multinazionale del crimine.
Per potere procedere oltre, dovetti considerare le carte che possiedo, come risposte possibili ai quesiti che Cosa Nostra propone con la sua stagione golpistica. Misi, perciò, in fila i propositi, i dubbi, segnalai le ambiguità e le contraddizioni, indicai i sospetti, cercai possibili verifiche. Il metodo, anzitutto: se devo trarre risposte dai documenti, mi dissi, essi vanno interrogati. Nascondono intenzioni, omettono fatti, contengono falsità? È indispensabile inseguire Amendolito nel suo percorso di testimone privilegiato d'oltreoceano scavando nel suo passato.
Un magistrato della Procura mi ha riferito che fra le sue attività, ce n'è una assai singolare: esportatore di pesce dagli USA in Sicilia! Salvatore Amendolito lavorava per conto di Cosa Nostra, negli anni in cui creò la società di export. Poi contribuì all'annientamento del narcotraffico legato alle pizzerie italiane con testimonianze che inchiodarono i boss mafiosi e divenne un agente Fbi sotto copertura. Infiltratosi tra i colletti bianchi dell'organizzazione mafiosa e mandato in Svizzera allo scopo di scoprire i traffici illeciti del mondo della finanza clandestina, fu arrestato per non avere pagato il conto dell'albergo e tenuto in carcere per trenta giorni. Un cumulo di stranezze.
Alcune informazioni dei pentiti lo descrivono come un uomo di Cosa Nostra e la magistratura svizzera ci crede. Salvatore Amendolito accusa i magistrati svizzeri delle sue disgrazie, vantaggiose per Cosa Nostra e soprattutto per Leonardo Greco, boss di Bagheria, condannato a venti anni nel processo «pizza connection».
"Hanno cercato di uccidermi in Svizzera ed hanno tentato di farlo in Italia, se la richiesta di estradizione fosse stata approvata dagli USA - scrive Amendolito -. E la giustizia italiana mi ha condannato per le testimonianze che ho reso negli USA nel processo pizza connection, come collaboratore della Corte distrettuale che mi aveva assicurato l'immunità, se avessi detto la verità».
Consulente finanziario, amico dei boss, agente del governo americano negli ultimi anni tenta di accreditarsi come un esperto di mafia. «Non sono mai stato mafioso, perciò non sono un pentito - sostiene -.Ecco, sono un collaboratore della giustizia...». Per trenta mesi, infatti, fu retribuito dalla polizia federale americana. Poi il carcere in Svizzera, la condanna a Roma per il riciclaggio di denaro sporco e il rinvio a giudizio per calunnia a Caltanissetta per le sue accuse alla magistratura svizzera dopo il fallito attentato dell'Addaura.
Per chi lavorava? Qual’era la sua vera attività?
Mi parve essenziale, a questo punto, analizzare i memoriali spediti il 24 aprile 1991 al Presidente del Consiglio, onorevole Giulio Andreotti, e il 23 marzo 1992 a Bettino Craxi. Questi documenti mi furono spediti in copia il 25 maggio 1992 dallo stesso Amendolito, due giorni dopo la strage di Capaci. Il plico conteneva anche un memoriale di ben 31 pagine inviato a Giovanni Falcone il 23 febbraio 1990. Esso raccontava gli intrighi, le trappole, le congiure che sarebbero state perpetrate ai danni di Amendolito, illustra con straordinaria precisione il ruolo nefasto delle banche svizzere nel riciclaggio del denaro e denuncia «il sabotaggio delle attività investigative» da parte di magistrati svizzeri, agenti Fbi, funzionari di polizia.
La parte più importante del memoriale riguardava «il contrattacco della mafia alle istituzioni italiane»: «...iniziò immediatamente dopo le prime applicazioni della legge anti-mafia, allorquando tanto l'accusa quanto i tribunali anti-mafia, chiamati a giudicare gli accusati di reato mafioso, credettero di aver ricevuto il mandato di togliere dalla circolazione chiunque fosse in odore di mafia. Per dirla con la Corte Suprema di Cassazione i tribunali italiani operarono in un clima antirivoluzionario e basarono i loro giudizi sul sentito dire e sulla reputazione degli accusati. Durante la mia detenzione al carcere "La Stampa" appresi che era stato identificato un nuovo tipo di ricatto basato sulla seguente intimidazione: se tu non fai ciò che ti chiedo, qualcuno ti indicherà quale correo in un reato di mafia, così come è accaduto a Enzo Tortora. Io credo che il solo metodo per difendere la società da un simile attacco sistematico sia quello di rendere il sistema giudiziario italiano impermeabile a qualsiasi infiltrazione disinformante. Siamo vittime di un sistema sbagliato che intende combattere la felina capacità di adattamento dell'imprenditore mafioso attraverso un sistema burocratico vetusto ed inefficiente...Sono lieto che la Suprema Corte costituzionale abbia posto un freno all'attività di polizia svolta dalla magistratura negli anni passati, perché quel rifiuto obbligherà ora la classe politica a confrontarsi con la vera realtà delle cose. Benché il problema della mafia in Italia sia cresciuto a dismisura, non è più appannaggio esclusivo del nostro Paese. La mafia di oggi è imprenditoria internazionale».
Della lettera indirizzata ad Andreotti, il 14 aprile 1991, Amendolito avverte che la mafia si appresta a dare battaglia allo Stato servendosi del terrorismo. Egli non specifica se si tratti di un'alleanza o dell'utilizzazione di uomini del terrorismo da ingaggiare per le azioni eversive. «Le invio questo rapporto, già preannunciato all'Alto Commissario Antimafia, per renderla edotta di alcune deduzioni in materia di mafia che, se fondate, potrebbero contribuire a scongiurare un complotto fra mafia e terrorismo ai danni dello Stato. L'ipotesi che la mafia si appresti a dare battaglia allo Stato è legittimata dall'inatteso proliferare di atti di terrorismo, veri e simulati, verificatisi in diverse città d'Italia e proprio in coincidenza con la recente svolta di politica giudiziaria governativa ai danni della mafia. L'idea che la mafia si prepari a tanto non è nuova. Essa si fece strada nella mia mente all'indomani dell'attentato ai danni del giudice Giovanni Falcone (Addaura - 20 giugno 1989), che le autorità giudiziarie italiane si ostinano a considerare autentico. E se le mie deduzioni di allora non raggiunsero mai il prefetto Sica fu soltanto perché le stesse autorità ostacolarono i miei sforzi».
«L'atto terroristico che mi ha rievocato quelle memorie è la recente simulazione di attentato ai danni del vecchio Palazzo di giustizia rivendicato da un non meglio identificato "Movimento Rivoluzionario". Io credo che quella simulazione sia il messaggio conclusivo inviato dalla mafia alle istituzioni, una specie di definitiva dichiarazione d'intenti. A convincermi di ciò sono due fattori: il minaccioso segnale e l'obiettivo prescelto, il "Palazzaccio", simbolo inconfondibile dell'istituzione giudiziaria italiana».
«I fattori che suggeriscono che sia la mafia a celarsi dietro la sigla "Movimento Rivoluzionario" sono due: 1) si tratta di una denominazione apparsa una volta soltanto nella storia del terrorismo italiano recente e anche quella volta si trattò di un attentato dimostrativo ai danni dell'autorità giudiziaria romana (marzo 1989 - piazzale Clodio); 2) tutte le simulazioni da me considerate sono portatoci di un messaggio inconfondibile: Siamo in grado di colpire lo Stato quando, dove e come vogliamo: disponiamo della capacità, della penetrazione e dell'efficienza necessarie. A ciò si aggiunga il fatto che la sigla "Movimento Rivoluzionario" si addice tanto al ruolo di coordinatore apolitico che la mafia potrebbe aver assunto nei confronti delle varie fazioni terroristiche quanto al trattamento giudiziario subito dalla stessa fin dal 1982, data di entrata in vigore della legge antimafia. Ove le mie ipotesi siano fondate sarebbe logico attendersi che il "Movimento Rivoluzionario" si prepari a colpire il Paese con una serie di attentati da essere eseguiti a breve scadenza, posto che la legge interpretativa sulle carcerazioni preventive sia già stata promulgata. Ciò che resta di difficile determinazione è il ruolo che la mafia sceglierà di assumere nei confronti dell'opinione pubblica. Essa potrebbe decidere per un atteggiamento di sfida, oppure potrebbe ritardare l'identificazione. In ogni caso a me sembra che lo scopo fondamentale di questa operazione sia quello di trasformare la Sicilia in una zona extraterritoriale".
Da Corriere della sera
PALERMO - «Sono tutte grandi cazzate di cui, per fortuna, riesco ancora a ridere. È tutto un teatrino che mi fa divertire. Lo faccio passare, altrimenti il danno sarebbe maggiore di quello che viene dalle sentenze». Così, il senatore del Pdl Marcello dell'Utri ha bollato le nuove accuse a suo carico del pentito Gaspare Spatuzza che lo ha definito «referente politico di Cosa nostra».
Ecco il primo documento sulla trattativa tra le istituzioni e Cosa nostra nell'estate delle stragi. Fogli consegnati ai magistrati dal figlio di Vito Ciancimino
Sono 12 le richieste che i boss di Cosa nostra avanzarono agli uomini delle istituzioni nell'estate del 1992, fra le stragi Falcone e Borsellino. Una trattativa che i mafiosi corleonesi avanzarono con lo Stato per fermare le bombe e la stagione stragista, e arrivare ad una tregua. I 12 punti formano il 'papello', cioè l'elenco delle richieste scritte su un foglio formato A4 che adesso Massimo Ciancimino ha consegnato ai magistrati della procura della Repubblica di Palermo che indagano sulla trattativa fra Stato e mafia. Ma accanto a questo elenco spunta a sorpresa un altro 'papello' con le proposte e le modifiche ai 12 punti pretesi dai corleonesi che don Vito Ciancimino avrebbe scritto di proprio pugno e consegnato all'allora colonnello del Ros, Mario Mori. Il fatto, inedito, è documentato dal L'espresso con alcune foto dei fogli in cui si leggono al primo punto i nomi di Mancino e Rognoni; poi segue l'abolizione del 416 bis (il reato di associazione mafiosa); "Strasburgo maxi processo" (l'idea di Ciancimino era quella di far intervenire la corte dei diritti europei per dare diverso esito al più grande procedimento contro i vertici di Cosa nostra); "Sud partito"; e infine "riforma della giustizia all'americana, sistema elettivo...".
Su questo "papello" scritto da Vito Ciancimino era incollato un post-it di colore giallo sul quale il vecchio ex sindaco mafioso di Palermo aveva scritto: "consegnato al colonnello dei carabinieri Mori dei Ros". Per gli inquirenti il messaggio è esplicito e confermerebbe il fatto che ci sarebbe stato una trattativa fra i mafiosi e gli uomini delle istituzioni.
Mostrare ai giudici l'esistenza del 'papello', rappresenta per i pm una prova tangibile che la trattativa fra mafia e Stato non solo è esistita, ma è anche iniziata nel periodo fra l'attentato di Capaci e quello di via d'Amelio. Per gli inquirenti questo documento, consegnato dal dichiarante Massimo Ciancimino, che collabora con diverse procure, può dare il via a nuove indagini. Con l'obiettivo di scoprire fino a che punto può essere arrivato il tentativo di trattativa rivelato dal figlio dell'ex sindaco mafioso.
I 12 punti richiesti da Riina e Provenzano, che sono anche questi al vaglio dei magistrati, si aprono, invece, con la revisione del maxi processo a Cosa nostra. Gli altri spaziano dall'abolizione del carcere duro previsto dal 41 bis agli arresti domiciliari per gli imputati di mafia che hanno compiuto 70 anni. La lista si conclude domandando la defiscalizzazione della benzina per gli abitanti della regione siciliana.